Giuseppe Restano
Pool, 2002, olio su tela, 80x100cm

Vi è, in quest’opera di Giuseppe Restano, quel raro silenzio che appartiene alle immagini quando smettono di descrivere e iniziano a evocare. La piscina, luogo per eccellenza del movimento, del tuffo, della competizione e del gioco, appare qui svuotata della sua funzione primaria, quasi sospesa in una dimensione metafisica. La vasca è deserta. Nessuna presenza umana ne abita lo spazio. Rimangono soltanto la geometria rigorosa delle piastrelle, il ritmo delle corsie, la scala che attende un corpo che non arriverà. È un paesaggio dell’assenza, costruito con la precisione di un architetto e la sensibilità di un poeta. Restano guarda l’ordinario e ne rivela l’inattesa solennità. La superficie dell’acqua, appena suggerita, diventa un campo luminoso attraversato da variazioni minime; l’azzurro si fa materia mentale, luogo della memoria più che della realtà.
L’occhio è invitato a percorrere linee, angoli, prospettive che sembrano condurre oltre il bordo dell’immagine, verso uno spazio interiore. Come spesso accade nelle opere più riuscite, il soggetto è soltanto un pretesto. La piscina non è una piscina: è l’attesa, il tempo sospeso, la quiete che segue il rumore. È l’eco di una presenza umana evocata proprio attraverso la sua mancanza. In questa apparente semplicità risiede la forza del lavoro di Giuseppe Restano: trasformare un frammento di quotidianità in un luogo della contemplazione, dove la precisione del segno incontra la malinconia elegante della memoria e dove il vuoto, lungi dall’essere assenza, diventa protagonista assoluto dell’immagine.