Marco Pietracupa, CLAOSH
Marco Pietracupa è un artista, fotografo e curatore che abita stabilmente il confine tra mondi apparentemente inconciliabili. Formato all'Istituto Italiano di Fotografia, e attivo tra Bressanone, Milano, Parigi e Londra, ha collaborato stabilmente con testate internazionali come Vogue , Dazed&Confused e Harper's Bazaar . Tuttavia, parallelamente alla moda, Pietracupa coltiva da oltre vent’anni una ricerca artistica radicale. Un processo di stratificazione emotiva che trasforma corpi, paesaggi e oggetti quotidiani in simboli di una condizione umana sospesa e instabile, e che trova il suo cuore pulsante a Bressanone, dove un archivio intimo e necessario diventa uno spazio di libertà anarchica, svincolato dai dettami del gusto occidentale. Caratterizzato da un’estetica immediatamente riconoscibile, che utilizza inquadrature anticonvenzionali e l’impiego diretto del flash per estrarre i soggetti dal loro contesto originario, il suo genere non è classificabile come moda o come fotogiornalismo : è qualcosa di diverso, che usa il linguaggio della seduzione estetica per sezionare la realtà. Una fotografia di collisione, una lingua che smette di essere narrazione per diventare un atto di "autenticazione del sé". Questo punto di rottura converte in “Claosh”. Il termine non è una spiegazione, ma un inciampo. Nel leggerlo, l’occhio cerca istintivamente di riparare l’errore, oscillando tra Chaos e Clash , ma rimane incastrato in quella "h" finale, in quel respiro trattenuto che trasforma la parola in un neologismo gergale, quasi l’espressione di una sottocultura visiva che non accetta compromessi. “Claosh” è il rumore del flash che mangia l’ombra; è l'anomalia che ci trattiene davanti all'immagine. In questa mostra, Pietracupa raccoglie i frammenti di questa produzione svincolata. I lavori si fondono perdendo i propri confini originali: l’occhio si muove tra figure umane che sembrano lottare o fondersi con strutture metalliche e plastiche, nudi che si distendono con brutale onestà su un sottobosco di fiori secchi e piante incolte. Creature che sembrano fuggire la forza di gravità, sospese tra cavi e macchinari tecnici, si riflettono nelle superfici metafisiche di una città fatta di linee nette e vuoti silenziosi, dove il tempo sembra essersi piegato su sé stesso. Questa tensione visiva trova una sua radice teorica in quella che potremmo definire estetica della disgiunzione, un urto che nasce dalla separazione violenta tra la perfezione del mezzo tecnico (il flash chirurgico, la nitidezza accurata) e l'improprietà del soggetto. Proprio Roland Barthes, nella definizione di punctum, non considerava l'aspetto informativo della foto ma quella ferita, quel dettaglio "sporco" o inaspettato che punge lo spettatore, creando un impatto emotivo che precede ogni ragionamento. Non cercate un filo conduttore razionale o una rassicurante cronologia degli eventi. La disposizione delle opere, che esplodono in dimensioni monumentali e raggiungono i 220 cm, non invita alla lettura, ma alla sottomissione. Siamo nel territorio esplorato da autori come Terry Richardson, Juergen Teller o Wolfgang Tillmans, dove la fotografia non serve a vendere un’idea, ma a sezionare il reale. Come per loro, l’abito è spesso solo una bussola inutile: ciò che resta è il corpo nella sua urgenza fisica, o la bellezza inaspettata di un soggetto sottratto alla strada e adagiato su un tessuto prezioso che ne trasforma la marginalità in pura presenza estetica. “CLAOSH” (l’impatto dell’improprio)
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