M.ARCANGELI - C.BONFIGLIO, RiSorridini

risoluta, non ha paura di intraprendere da sola la propria strada, un tragitto che dopo l’Accademia di Brera, si incrocia con uno dei più grandi talent scout di quegli anni. Uno che forse per primo in Italia ha riconosciuto il valore delle donne nell’arte. Luciano Inga-Pin, sempre un passo avanti sui tempi, la scelse tra i dieci del Nuovo Futurismo. Personaggio già noto nel dibattitomilanese per aver esibito tra i muri della propria Galleria i corpi nudi e crudi di Gina Pane, Marina Abramović e altri talenti che, in pochi anni, avrebbero toccato le vette della Body art. Quando conobbe Clara il grigiume degli “anni di piombo” era finalmente ricoperto dai freschi colori della spensieratezza. Alla luce di un’attesa ripresa economica che irradiava le ultime ombre della crisi in corso, egli scardina ancora e tempestivamente i meccanismi pallosi del conformismo, fondando un movimento aggiornato ai sentimenti delle leve che andavano germogliando. Voglia di esistere, uscire per le strade, socializzare, sorridere, divertirsi, appropriarsi della città: “… se vai fuori, ti accadono più cose nelle poche ore della notte che… in un anno chiuso nell’ottusità dorata della tradizione”. Il Nuovo Futurismo ambisce a completare quell’idea del vivere urbano impostata mezzo secolo prima dai maestri del movimento storico. Quelli del polo romano, coloro che “ricostruirono” ciò che Boccioni aveva necessariamente “distrutto”. Balla, Depero e compagni assemblarono i cocci del passato e del futuro in un’unica formula magica: “il numero innamorato”, dove al pensiero razionale, è sempre concesso un pizzico di emotività, perché funzioni. Alle soglie degli anni ottanta via Pontaccio a Milano fu regolarmente imboccata da dieci giovani artisti “innamorati”, che vivono il presente con ottimismo disincantato. Clara è l’unica ragazza del gruppo, incurante di cosa “debba” fare per diventare una donna inserita nella società, si abbandona coraggiosamente a “ciò che le piace”. La schiettezza dell’azione spontanea supera la retorica del pensiero utopico tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il suo “qui e ora” diventa “Il Diagramma”, la mitica Galleria di Luciano Inga-Pin, lo spazio tempo che segnerà per sempre la sua esistenza. Per quanto le piacesse non sarebbe rimasta una collaboratrice di Luciano, impegnata a promuovere il lavoro degli artisti allora in auge, ma sarebbe diventata lei stessa la protagonista di una nuova stagione che avrebbe segnato la storia dell’arte italiana. “Ti sorrido” del 1984 è tra le opere degli esordi, una delle mie preferite, emblematica dell’atteggiamento positivo che intende stabilire col mondo. Non è pittura, non è scultura, è un oggetto urbano, affettuoso, che mima la nuova condizione sociale nella quale l’artista decide di vivere in confidenza. Attraverso quattro sagome della propria bocca, il dettaglio che forse più degli altri focalizza lo sguardo dell’interlocutore, traspaiono l’ilarità e l’ironia condivise con gli altri nove compagni di viaggio. Un ghigno beffardo che si ripete in vari toni, forse pacatamente derisorio per chi, inseguendo un ideale di perfezione, si prende troppo sul serio, perdendosi tutto il divertimento. Quel dente aggettante, fuori posto, è l’”emotività” che umanizza un sorriso artefatto, truccato con lo stessometodo incantatorio abusato dai mass media. “Ame piace molto sfogliare le riviste in genere, forse… le immagini femminili dei giornali patinati hanno la stessa funzione della modella tradizionale… Mi diverte molto il fatto che la stessa pubblicità si possa trovare in un numero indefinito di testate… Questa ripetitività quasi ossessiva, ognuno… la vive come se… fosse l’unico, il solo a fruire di ogni immagine… ma arriviamo poi tutti alle stesse conclusioni” . Al bivio tra nostalgia rassicurante di ciò che è stato e speranza ingenua in ciò che sarà, Clara tira dritto, si rivolge costantemente al presente: Moda, Design e Spettacolo divengonomodelli culturali universali, elevano l’immaginario collettivo alla bellezza, comunicano valori e senso di appartenenza, ispirano l’espressione individuale. Ancora oggi seguirli ci fa sentire aggiornati, al passo coi tempi. L’occhio straniato dell’opera d’arte suggerisce il limite oltre il quale l’aspirazione al meglio di sé, sconfina nell’illusione irraggiungibile. Correva l’anno 1987 quando Maurizio vide per la prima volta le opere di Clara, esposte al Castello di Rivara, in occasione dell’esordio d’“Equinozio d’autunno”, ricorrente mostra collettiva sotto la direzione artistica di Franz Paludetto. Ancora non sapeva che solo due anni dopo avrebbe fatto una personale presso le stanze del noto

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